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"Io
non avrei resistito un giorno"
Il 26 gennaio 2006, mi sono svegliato alle 4.45 e ero pronto per intraprendere il viaggio verso la Polonia. Non ero ancora consapevole del viaggio che dovevo compiere ma ero sicuro che mi sarei divertito.
Alle 5.30 siamo partiti da Isili e dopo un lungo viaggio tra pullman e aereo siamo arrivati a Cracovia. Durante il viaggio pensavo al fatto che avevo lasciato l’Italia per la prima volta, per addentrarmi nella terra nevosa polacca, nella quale c’è stato un mucchio di storia.
Nella notte siamo andati a visitare un deportato di Auschwitz che stava raccontando la vita nei campi di concentramento. Dalla sua bocca usciva tanta tristezza che aveva vissuto. Accanto a lui c’era una TV gigante in cui facevano vedere le sofferenze dei deportati. Lì venivano trattati peggio degli animali con torture che ancora oggi ci sono. Nonostante i campi di concentramento l’uomo continua a fare l’errore che ha fatto nella seconda guerra mondiale.
Dopo il discorso siamo andati in albergo dove siamo andati a dormire.
Il 27 gennaio siamo andati ad Auschwitz a visitare i campi di concentramento. Nell’entrata c’era la scritta “Arbeit macht frei” che significava “Il lavoro rende liberi”. Questa scritta faceva pensare ad un insignificante campo di lavoro, ma dentro era un inferno, soprattutto per chi ci viveva. C’era un silenzio mortale come se queste strade non fossero mai incise da nessuno. Il dolore di quei campi faceva zittire tutti quelli che ci passavano. Il filo spinato, che circondava la costruzione, sembrava dicesse che da qua non si poteva uscire.
I prigionieri erano proprio in gabbia, rinchiusi nel loro incubo più immenso.
Il campo era un’insieme di strade unite fra loro. Ognuna di queste vie portava al forno crematoio. All’ interno si provava una sensazione brutta, non solo per la puzza, ma per le candele situate nei forni, come per farti provare le torture e le sensazioni dei nazisti che mettevano i corpi nei forni.
Fuori dal forno c’era una cosa per l’impiccaggio. Là avevo provato una sensazione bruttissima pensando a quella gente tutta ammucchiata che guardava nel momento più fatale.
Nei bordi delle strade si estendevano i dormitori dei prigionieri. Essi vivevano in condizioni degradanti, infatti dormivano in letti sporchi, con posizioni scomode perché nei letti ci dormivano più persone. Durante la notte molta gente si congelava e moriva dal freddo. Questa è una delle sole cause che portavano alla morte perché la gente non mangiava e quindi erano magrissimi per poter resistere al freddo polacco (circa -20°).
Nelle altre stanze venivano mostrate le reliquie dei prigionieri. C’erano capelli, scarpe, valigie e vestiti leggerissimi per lavorare. I nazisti erano proprio crudeli contro gli ebrei, nonostante le vittime non avessero fatto nulla.
Nelle pareti c’erano le foto dei deportati. Erano tutti rasati a zero e morivano poco più di tre giorni.
Se avessi provato io quelle torture non sarei resistito neanche un giorno.
Nei sotterranei di un block c’erano le celle delle torture. In una delle celle era morto padre Kolbe, il quale si era sacrificato per salvare un altro prigioniero che era stato condannato a morire di fame e di freddo.
Tra due block c’era il muro della morte in cui venivano depositati i fiori per la gente dei campi. In questo muro venivano sparate le persone che commettevano reati.
Dopo una lunga mattinata di visite ci siamo recati nel campo di concentramento di Birkenau.
Il campo era gigantesco. Nell’entrata c’era la torretta di controllo, nella quale i nazisti controllavano le centinaia di baracche situate tra le rotaie innevate. Nelle rotaie passavano i treni che trasportavano i deportati nell’abisso di Birkenau.
Le baracche erano di legno e ospitavano, in condizioni degradanti, i prigionieri del campo. Molti capanni erano stati bombardati dai nemici per liberare il campo di Birkenau.
Anche qui la gente moriva di freddo, fame e malattie perché i nazisti non davano niente da mangiare per sopravvivere.
In fondo al campo di concentramento c’era la manifestazione per la giornata della memoria a cui hanno partecipato tante scuole d’Italia e noi rappresentavamo la Sardegna.
Tra la gente scendevano delle lacrime che si depositavano nella neve. Quello era il segno che suscitava il ricordo di tutte quelle persone massacrate nei campi. Questo segno faceva risvegliare la gente a non commettere più errori così grandi. Ma questo non può impedire tutto ciò che succede nel presente.
Dopo la cerimonia per ricordare, con i lumicini tutte le scuole hanno realizzato la fiaccolata fino alla torretta, che per gli ebrei sopravvissuti è stato l’ultimo ricordo di quell’inferno che avevano passato.
Il viaggio mi ha fatto capire ciò che l’uomo è in grado di fare per inutili confronti tra due “razze” che non dovrebbero esistere.
Riccardo Porceddu III A
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