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"Un
viaggio indimenticabile"
Non era ancora sorto il sole quando la sveglia rimbombò
nella stanza interrompendo il mio sogno. Mi alzai di soprassalto e
controllai l’orologio: quattro e mezza del mattino. Ancora non riuscivo a
capacitarmi: stavo per intraprendere un viaggio indimenticabile, un
pellegrinaggio verso luoghi dove non si spense mai la luce della speranza e
dove i desideri e l’amore abitarono i cuori delle anime in pena.
Ingurgitai una fetta di torta e del latte, mi preparai e alle cinque e un
quarto ero lì, accanto al pullman con i miei compagni e la insegnanti Paola
Pellegrino, Nina De Vinco, Lucia Bassu e Antonella Orgiana che attendevo con
ansia di partire per l’aeroporto di Elmas.
Giunti all’aeroporto, ci
imbarcammo nell’ aereo con destinazione Katowice, facendo scalo a Roma.
Verso notte giungemmo a Cracovia, ci sistemammo in albergo e più tardi
andammo all’incontro con il Vice Direttore del Campo di Auschwitz. La
stanza era grande, ospitava circa 600 ragazzi italiani, che come noi avevano
aderito al progetto “un treno per Auschwitz”. Purtroppo arrivammo tardi
e rimanemmo lì un quarto d’ora massimo. L’uomo parlò di un certo
Luigi, un Ebreo che conobbe al campo di concentramento. Il superstite non mi
sembrò tanto vecchio, aveva l’aspetto di una persona saggia e alquanto
intelligente. Durante il suo racconto ascoltai quasi impassibile,
distogliendo lo sguardo dal suo volto vizzo e continuai a cercare chissà
che cosa nelle pareti della sala. Infondo come può una persona che non ha
mai avuto l’occasione di recarsi negli atroci campi di sterminio
comprendere i forti racconti che enunciò il sopravvissuto?... continuai a
non comprendere.. alcuni minuti più tardi uscimmo dalla sala e ci dirigemmo
verso l’hotel.
La mattina successiva mi svegliai prestissimo. Feci tutto in
fretta e furia. Ero in pieno stato di agitazione, solo il pensiero che tra
qualche ora sarei entrata nei luoghi più mostruosi e sinistri del mondo,
dove la crudeltà e la malvagità si scontrava con l’amore e la speranza
di tante persone. Dopo circa un’ ora e mezza di viaggio, il pullman si
parcheggiò in uno spiazzo. Il tenue barlume dei raggi del sole rispecchiava
vile nella neve come se volesse esprimere la tristezza di quel malinconico
luogo. Alzai lo sguardo e vidi una grande struttura in mattoncini rossi:
Auschwitz. Un brivido attraversò il mio corpo. Scesi dal pullman e seguii
il gruppo. Ci dirigemmo verso l’ingresso e davanti a noi, imponente
cancello con la scritta: ARBEIT MATCH FREI (il lavoro rende liberi). Un
silenzio sommesso regnava in quel rattristante momento, ma quel silenzio
significava tanto, ci parlava.
Abbiamo
proseguito verso i cosiddetti “block”. All’interno di alcuni di essi
erano esposti oggetti, vestiti, tantissime tonnellate di capelli, di scarpe
e di tutto ciò che i tedeschi portavano via agli ebrei. Nelle pareti di
alcuni “Blocchi” erano appese centinaia di fotografie degli ebrei
deportati nel campo con la data di arrivo e di morte. Il pensiero che
tantissimi di loro sono morti dopo pochi giorni mi ha turbato. Più
proseguivamo più mi rattristavo e rabbrividivo. Non feci altro che
paragonare la mia vita con quella delle tante vittime.. come può l’uomo
vivere in queste condizioni? Come può essere trattato peggio di un animale?
Molte volte mi pongo queste domande ma non sono mai riuscita a trovare le
risposte. Le vittime e i pochi sopravvissuti non chiedono altro che
ricordare quella storia agghiacciante e di prendere come esempio le azioni
dei nazisti per vedere fino a cosa può arrivare a fare l’uomo. Quando percorrevo le strade, le vie, pensavo a tutti gli Ebrei che
correvano, lavoravano, trasportavano cose da una parte all’altra di quei
larghi passaggi. Ma non potrò mai dimenticare l’aria che respiravo nei
forni crematoi e nelle camere a gas. Avevo paura di entrare, quel luogo
sinistro mi infondeva sgomento. Non riuscivo a immaginare che in
quell’ostile luogo hanno perso la vita tantissimi bambini innocenti.
Più tardi
è arrivato il momento più funesto della giornata, la fiaccolata. Dopo aver
incontrato gli altri ragazzi delle scuole italiane abbiamo acceso i ceri e
ci siamo messi intorno ad un imponente monumento tra le baracche di
Birkenau. Non sapevo cosa fare. Cercavo di distogliere lo sguardo da quel
triste paesaggio innevato. Mentre alcuni ragazzi più grandi di noi
cantavano, tantissime persone, con un fazzoletto in mano si asciugavano le
lacrime. Un’atmosfera malinconica girava nell’aria. All’imbrunire ci
siamo raggruppati in un corteo e, seguendo i binari del treno abbiamo
deposto le nostre fiaccole lungo le rotaie, illuminandole.
Quest’esperienza sarà indimenticabile e lascerà vivo il ricordo di un
giorno in cui ho capito il valore della vita e della possibilità che
l’uomo si trasformi in bestia.
Giulia Piras III°A
Isili, 4 febbraio 2006
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