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"Nella notte di quella beata ignoranza
in cui tutti i gatti sono grigi"
(F. Mehring "La leggenda di Lessing", 1893)
Perché un viaggio verso un lager nazista 55 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale?
Probabilmente molti pensano di conoscere questo doloroso capitolo della storia del Novecento perché a volte la Rai propone filmati e ricostruzioni storiche, seppure a tarda notte, oppure perché ricordano film sicuramente significativi come "Schindler's list", "Jona che visse nella pancia della balena", e ultimo "La vita è bella" di Benigni.
Eppure, se c'è un argomento nella storia del XX secolo in cui la superficialità prevale sulla complessità degli avvenimenti è proprio questo, come cercheremo di dimostrare.
Per esempio, quanti sanno che il primo lager aperto dai nazisti, solamente due mesi dopo la presa del potere di Hitler, fu Dachau?
Dachau fu aperto nel marzo del 1933 alla periferia di Monaco di Baviera con lo scopo di "rieducare" gli oppositori di Hitler. I vertici del partito nazionalsocialista non fecero mistero delle finalità del lager, reso necessario dall'enorme numero di arresti operati contro socialisti, comunisti, democratici dopo la conquista del potere nel gennaio '33. Ma Dachau e Flossenbürg ('35), Esterwegen ('34), Sachsenhausen ('35), Buchenwald ('35), Terezin ('39) presuppongono la riscoperta di un capitolo volutamente poco noto della storia tedesca: la massiccia opposizione al fanatismo hitleriano che fu cancellata con misure estreme di violenza quotidiana, soprattutto dopo l'incendio del Reichstag il 28 febbraio 1933.
Alla fine del 1933 erano operanti circa 50 campi di concentramento sotto il controllo delle SA e delle SS.
Enzo Collotti ("La Germania nazista", Einaudi 1962) sostiene che dall'autunno '33, 45 campi erano in funzione con 40.000 detenuti, di cui 311 erano ex parlamentari (45 membri del Reichstag erano già stati assassinati).
Alain Grosser ("Dieci lezioni sul nazismo", Rizzoli 1977) scrive: "Nel 1933 i tribunali pronunciarono 40.000 condanne per crimini e delitti politici, nel '34 70.000, nel '35 85.000, nel '36 90.000. Dal 1933 al '38, 345.000 tedeschi subirono condanne come oppositori politici". Solo dopo l'attentato a Hitler del 20 luglio 1944 vi furono 7.000 arresti e 4.980 esecuzioni. Quanti tedeschi passarono per i campi di concentramento? La cifra oscilla fra 700.000 individui e un milione (George Sandoz, "Les Allemandes qui ont defié Hitler", Ed. Pigmalion 1986). Se pensiamo che la Germania nel '39 con le annessioni arrivava a 87 milioni di abitanti, almeno un cittadino tedesco su 87 lottò contro il regime delle camicie brune e di questi non pochi persero la vita.
Per anni si è voluto credere che tutto il popolo tedesco fosse stato fanatizzato da Hitler per potere, dopo il 1945, punire duramente la Germania con la divisione in due stati antagonisti. In realtà, come abbiamo mostrato, sacche di resistenza attiva e passiva contro la propaganda nazista furono presenti nella realtà tedesca dal 1933 lungo tutti i 12 anni di governo nazista.
In ogni caso le adunate di massa, il mito del Führer, il nazionalismo estremo e il disprezzo per le razze non ariane furono il prodotto dello smantellamento rapido di quelle tradizioni socialiste e democratiche che avevano rappresentato un punto fermo nella storia tedesca ed europea.
Solo la violenza estrema e brutale della soldataglia nazista, di cui Dachau è più di un simbolo, poteva trasformare il paese di Marx, Engels e Rosa Luxemburg nella nazione imperialistica volta alla conquista dell'intera Europa. Solo la sconfitta nella prima guerra mondiale e l'ignominioso trattato di Versailles (1919) con la terribile crisi del '29 potevano trasformare un paese in cui erano riecheggiati i versi di Schiller nella Nona di Beethoven ("Tutti gli uomini saranno fratelli") in una macchina da guerra poderosa e bestiale.
Ma non c'è solo il caso di Dachau e la resistenza tedesca al nazismo a rendere intrigante l'argomento lager. Il prossimo
27 gennaio, per decisione del parlamento italiano, sarà commemorata la Shoah, ossia la deportazione e la morte nei lager di 6 milioni di ebrei.
Ma quanti sanno che a questo numero terribilmente alto dobbiamo aggiungere alcuni milioni di russi, polacchi, lituani, italiani, greci, serbi, francesi, inglesi, ecc. morti nei lager? Secondo
l'Aned (Associazione italiana ex deportati) il numero di morti deve tenere in considerazione anche i civili non ebrei e i militari rinchiusi nei lager. Per esempio, dopo l'8 settembre 1943 solo in Italia e nelle colonie italiane furono catturati e deportati dai tedeschi 650.000 militari del nostro paese, di cui molti non fecero ritorno. Quanti partigiani di ogni nazionalità finirono nei lager?
Fin dal momento della sua costituzione l'Aned non perde occasione per ricordare che la tragedia dei lager è la tragedia di tutti. Certo, il popolo ebraico ha pagato un prezzo altissimo in fatto di sofferenze e morti ridotti in cenere (tra il 56 e il 64% delle comunità europee dell'anteguerra), ma lo sterminio nei confronti del popolo ebraico non deve farci dimenticare che il razzismo nazista era spietato con tutte le popolazioni considerate "inferiori" e avversarie del Terzo Reich. I russi, per esempio, in quanto comunisti, erano trattati alla stregua di pericolosi avversari e in più appartenevano alla "razza slava", una razza di "sotto-uomini", una razza schiava dei "padroni del mondo".
Ma la giornata del 27 gennaio, per non tradirne lo spirito, invita a ricordare "gli altri lutti che hanno segnato la storia dell'ultimo secolo...". Quel giorno sarebbe opportuno ricordare anche lo spaventoso numero di morti della seconda guerra mondiale (non meno di 60 milioni), i massacri della Wehrmacht e delle SS in Italia (6.800 militari, 44.720 partigiani, 9.180 civili di cui 580 bambini massacrati a sangue freddo); l'apocalisse di Dresda, Colonia e Berlino, il massacro di Katlin compiuto dai sovietici contro gli ufficiali polacchi, Hiroshima e Nagasaki. Questi dolorosi capitoli di storia sono da sempre al centro della riflessione dell'Aned perché molti suoi membri hanno combattuto in Russia, Grecia, Albania, Africa settentrionale e orientale, prima di conoscere la dura realtà del lager.
Un altro aspetto che in genere si crede di conoscere riguarda i motivi che spiegano l'altissimo numero di vittime del lager. Perché morirono non meno di un milione e mezzo di persone solo ad Auschwitz?
In genere si risponde chiamando in causa il fanatismo delle SS e le teorie aberranti sulle razze che dovevano scomparire oppure essere schiavizzate. Altri studiosi più portati a riflessioni trascendentali, però completamente slegate dalla realtà, credono che il Male Assoluto abbia dominato le menti dei tedeschi oppure che il lager sia totalmente incomprensibile, cioè fuori dalla logica umana. Per esempio Vittorio Strada, in un articolo del Corriere della Sera dell'8 giugno 1979, parla di un Male che assume nella storia aspetti diversi e la cui origine "resta per sempre aperta" e indefinita. Dal lager di ieri al genocidio di oggi, tutto ritorna in questa categoria del Male che l'uomo non riesce a scrollarsi di dosso e che periodicamente compare.
Più che di speculazioni astrattamente filosofiche abbiamo bisogno di un'interpretazione scientifica dei fenomeni sociali, abbiamo bisogno di una "bussola" che ci orienti e ci permetta di capire il reale.
L'Aned ormai da tempo si batte per un'interpretazione storiografica suffragata dalle fonti, volta a definire correttamente il perché dello sterminio.
Un documento, tratto dal testo "Il disonore dell'uomo" di K. Schnabel (Lerici, Roma) risponde molto bene alla domanda che ci siamo posti.
I nazisti avevano quantificato con scrupolo amministrativo spese e ricavi per ogni deportato, non dimenticando quanto potevano ricavare impadronendosi di oggetti personali, oro dentario e soprattutto sfruttando il lavoro quotidiano fino allo sfinimento. Calcolando una permanenza media nel lager di 3 mesi, detratte le spese del vestiario (!), del vitto (!) e dell'incenerimento (!) il profitto risultava altissimo.
La crudeltà nei confronti dei singoli nasceva dalla consapevolezza nelle autorità tedesche di poter sfruttare un serbatoio quasi illimitato di manodopera: l'Europa orientale e sovietica e l'Europa balcanica, milioni e milioni di schiavi che avrebbero arricchito le SS, le aziende tedesche, le banche, l'alta finanza.
Furono almeno 8 milioni gli schiavi che lavorarono per l'industria del Terzo Reich, non meno di 2.500 aziende. I nomi delle aziende e delle banche più importanti sono ancora oggi il simbolo del capitalismo rampante tedesco: Allianz, Basf, Bayer, BMW, Daimler, Deutsche Bank, Dresdner Bank, le acciaierie Hoesch-Krupp, Siemens e Volkswagen, Continental e Agfa. Deutsche Bank, il "tempio" oggi della finanza tedesca, fornì abbondanti capitali per la costruzione di Auschwitz e dei 47 sottocampi che comprendevano l'universo concentrazionario del più tristemente famoso lager nazista.
Per avere un'idea dell'enorme massa di profitti ottenuta sfruttando come sappiamo i detenuti, basti pensare che l'anno scorso il governo tedesco ha deciso di stanziare 8 miliardi di marchi (pari circa a 8 mila miliardi di lire) per le famiglie dei deportati. Ma a parere di molti il denaro già stanziato è poca cosa per risarcire l'esercito di schiavi del capitalismo nazista. Infatti i rappresentanti degli ex internati chiedono non meno di 12 miliardi di marchi.
Terribili esperimenti medici furono compiuti nei lager in accordo con le industrie farmaceutiche tedesche, ad esempio la Bayer. Anche qui la logica del profitto è fondamentale. Tutto questo è risaputo dall'Aned, un po' meno dall'opinione pubblica e da alcuni storici, ma è opportuno che i ragazzi delle scuole imparino a conoscere questi dati.
Chi scrive è convinto che la migliore storiografia deve sempre essere revisionista, perché il revisionismo, nel suo aspetto innovativo, è il continuo tentativo di andare al di là dell'apparenza, dei luoghi comuni, alla ricerca di nuove interpretazioni, che scalfiscano la superficie dei fenomeni per vedere il magma incandescente da cui i fatti storici hanno tratto origine. Soprattutto di fronte ad un argomento così doloroso abbiamo il dovere di andare a fondo, dando spazio alla migliore storiografia sull'argomento.
Perché la macchina dello sfruttamento-sterminio non fu arrestata? Gli alleati sapevano? Il "silenzio" di Pio XII fu un atteggiamento consapevole?
Anche qui studi recenti permettono di dissipare la "nebbia" che per troppo tempo ha impedito di capire la realtà. Documenti riproposti recentemente dimostrano che gli alleati conoscevano benissimo ciò che avveniva nei lager, ma decisero lo stesso di non intervenire per non pregiudicare le operazioni belliche. Per esempio il 22 maggio 1943 "il Los Angeles Times diede ampio spazio a un rapporto sull'assassinio dei detenuti politici ebrei nel lager di Auschwitz sollevando una vasta eco, tanto che molti giornali ripresero la notizia (il Washington Post, il New York Herald Tribune, per fare un esempio)" (Frediano Sessi "Auschwitz 1940-45", Rizzoli Bur 2000).
Più volte fu chiesto a Roosevelt e Churchill di bombardare le linee ferroviarie che conducevano ad Auschwitz, le richieste erano inoltrate dall'Agenzia ebraica internazionale perfettamente informata di quanto stava accadendo, ma non si fece mai nulla. Ma perché non intervenne almeno il papa dell'epoca, Pio XII, canonizzato recentemente? Perché non si oppose al rastrellamento degli ebrei di Roma? Perché non denunciò i crimini nei lager, tranne solo un vago accenno nel discorso del Natale 1942? In quell'occasione ricordò "le centinaia di migliaia di persone che senza veruna colpa propria, talora solo per ragioni di nazionalità e stirpe, sono destinati alla morte o ad un progressivo deperimento" ("Triangolo Rosso", settembre 2000, pagina 58 e Giovanni Miccoli, "I dilemmi e i silenzi di Pio XII", Rizzoli 2000). Probabilmente temeva che il cattolicesimo in Germania avrebbe subito le persecuzioni naziste; contemporaneamente però era presente in Pio XII, seppure abilmente camuffato, quell'antisemitismo cattolico corresponsabile di terribili persecuzioni ai danni della popolazione ebraica nei secoli precedenti.
Ricordiamo che solo nel 1962 Giovanni XXIII cancellò dalle preghiere pasquali l'invito ignominioso a pregare per i "perfidi giudei", ricordiamo che solo nel 1986 un papa ha fatto visita alla sinagoga di Roma.
Contemporaneamente in Pio XII c'era anche notevole diffidenza per il movimento della resistenza italiana, le cui ideologie si erano già opposte al primato della chiesa fra XIX e XX secolo. Comunismo, socialismo, repubblicanesimo, democrazia, cristianesimo sociale, liberalismo erano le componenti ideologiche che più avevano avversato le pretese egemoniche della chiesa di Roma da Porta Pia fino al Concordato del 1929, quando Mussolini fu definito "l'uomo della provvidenza" perché "non ha le preoccupazioni della scuola liberale".
Perché mai il Vaticano fu il primo stato a riconoscere il governo di Hitler, addirittura poche settimane dopo la conquista del potere nel gennaio '33? In quell'epoca il nunzio apostolico a Berlino era il giovane cardinal Pacelli, futuro Pio XII. È possibile che il cardinale di Cracovia, Adam Sapieda, non sapesse nulla di quanto avveniva a pochi chilometri di distanza, cioè ad Auschwitz? Non avvisò Pio XII? In una lettera del febbraio '42 al papa racconta delle persecuzioni naziste ai danni della popolazione polacca, ma non fa alcun cenno agli ebrei. Purtroppo gli archivi vaticani sono ancora in larga parte inaccessibili agli studiosi (Corriere della Sera, 26 ottobre 2000).
Questo e altri nodi storiografici non ancora risolti sono la linfa vitale del Negazionismo da Faurisson fino all'insegnante di Mestre contro cui recentemente gli studenti di questa città hanno protestato (Corriere della Sera, 26 ottobre 2000).
Il Negazionismo, nella sua follia ideologica, è il prodotto di un antisemitismo ancora operante, di un neofascismo che trae spunto dalle contraddizioni sociali della realtà contemporanea, ma è anche la logica conseguenza di 50 anni e più di "silenzi", omissioni e aperte falsità sul tema dei lager. Non dimentichiamo che nei primi anni '60 Faurisson era partito proprio da Dachau, dal non funzionamento della camera a gas di questo lager, per assolutizzare il particolare: le camere a gas non sono mai esistite e sono il prodotto della propaganda sionista.
Ebbene, io gran parte di queste cose le ho imparate partecipando con i miei ragazzi per due anni consecutivi al pellegrinaggio nel mese di maggio a Dachau e Mauthausen e soprattutto ascoltando gli ex deportati dell'Aned, che con grande competenza ed entusiasmo continuano da anni la loro battaglia per "non dimenticare", ma anche per permettere di capire che cosa accadeva nei campi di lavoro e di sterminio.
Credo che queste considerazioni, questi problemi aperti della storiografia, i tanti risvolti che rendono ancora attuale il lager 55 anni dopo possono giustificare una visita con i propri studenti per vedere e soprattutto ascoltare le parole dei reduci così cariche di buon senso e verità.
Bisogna strappare la logora "tappezzeria" che impedisce di vedere il "muro" degli avvenimenti storici. Il contributo che può dare l'Aned contro le leggende storiche è notevole... Solo così i gatti riacquisteranno il loro colore dissipando le tenebre della ignoranza (F. Mehring).
Prof. Giancarlo Restelli - IPSIA Bernocchi Legnano (MI)
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