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La deportazione

LA DEPORTAZIONE

La deportazione non è una pratica che rappresenti una novità esclusiva del secolo scorso. Era
infatti già in  uso, in modi diversi fin dall’antichità. I deportati erano, in molti casi, utilizzati come forza lavoro, a costo estremamente conveniente, per la colonizzazione di terre lontane e di recente scoperta. Si può affermare, ad esempio, che l’Australia fu una delle principali destinazioni per i deportati della Gran Bretagna e che la sua colonizzazione fu, in concreto, loro opera esclusiva.
Si ricordi i gulag russi già in epoca zarista e poi istituiti ufficialmente come struttura amministrativa  sovietica nel 1930.
Alla deportazione si affiancò poi “l’internamento”, ovvero un provvedimento amministrativo che costringeva gli individui che ne erano oggetto, a vivere in speciali strutture chiamate “campi di concentramento” o “campi di internamento”, situati in luoghi lontani dai centri abitati, poco accessibili e quanto più possibili isolati, pur rimanendo all’interno del Paese interessato alla costituzione di questo tipo di campi.
Inizialmente  i campi di concentramento erano destinati soprattutto ai prigionieri di guerra quando, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, si iniziarono ad elaborare norme e convenzioni internazionali che portavano a superare la visione del prigioniero  come nemico da uccidere o da ridurre in schiavitù, individuandone un vero e proprio status giuridico.
Nel 1864, a Ginevra, una prima convenzione internazionale, tesa a stabilire e a garantire condizioni di vita dei prigionieri militari, fu firmata  dalle più importanti nazioni europee.
Con la prima guerra mondiale, prese sempre più piede la definizione di “campo di concentramento” rispetto a quella di campo di prigionia e nel 1929, alla luce di quanto accaduto nel corso  del devastante e atroce conflitto mondiale, a Ginevra 47 Stati firmarono una convenzione, composta da 97 articoli, sul “Trattamento dei prigionieri di guerra”. L’Italia la ratificò e la rese esecutiva il 23 ottobre 1930.
Tuttavia,  quanto contemplato dalla convenzione di Ginevra rimase spesso inapplicato e durante la seconda guerra mondiale numerosissime furono le violazioni. Gravissime quelle commesse dai nazisti e dai loro sostenitori e complici, per i quali valeva soprattutto  il concetto che il prigioniero, vero e assoluto nemico, era da disprezzare, da umiliare e da distruggere, non solo moralmente.
Basterebbe ricordare ciò che fu commesso nei confronti dei militari polacchi, di quelli sovietici e di quanto accadde  ai militari italiani, imprigionati dopo l’8 settembre 1943. Catturati dai nazisti su tutto il fronte di guerra, deportati in Germania, circa 650.000 soldati italiani furono definiti “internati militari” - condizione senza alcun significato  giuridico – e sostanzialmente ridotti a
manodopera schiava.
Anche l’Italia ricorse alla costituzione di campi di concentramento e alla deportazione, quest’ultima a partire dal 1863 e definita amministrativamente “domicilio  coatto”.
In Italia, quelli libici furono veri e propri campi di concentramento, anche se Mussolini, al fine di non incorrere in problemi con la stampa internazionale, raccomandò i generali di evitare tale definizione, ricorrendo, soprattutto  negli atti ufficiali, a diciture quali “campi di raccolta” o “accampamento di popolazioni”.
Diverse ed ognuna con connotazioni affatto particolari sono state, nel corso del tempo, le tipologie di deportazione e dei campi  di concentramento. Oggi il campo di sterminio nazista di Auschwitz è diventato il luogo simbolo dell’universo concentrazionario e dello sterminio, in particolare della Shoah, l’annientamento degli ebrei. E’ giusto che Auschwitz,  la sua storia e quella
delle sue vittime riassumano oggi l’intera storia della deportazione. Ma è anche giusto e doveroso che si conoscano, quanto più possibile, tutte le pagine di una vicenda che ha visto vittime intere generazioni  di esseri umani, intere popolazioni, colpite per la loro fede, la loro cultura, le loro idee sociali e politiche.
Se oggi la deportazione è assolutamente vietata e perseguitata, lo si deve alle condanne, moralmente giuste ed indiscutibili, che  il Tribunale di Norimberga inflisse ai criminali nazifascismi,rivelando al mondo intero non solo l’orrore delle persecuzioni, i genocidi, l’efferatezza dei loro crimini, ma soprattutto facendo conoscere ciò a cui l’uomo può  arrivare quando si incammina sulla strada della negazione dei principi di giustizia, di libertà, di fratellanza.

Testi tratti da:
Alessandra Chiappano L’universo concentrazionario da: I lager nazisti, Giuntina Firenze 2007.

www.deportati.it
www.lager.it
www.istoreto.it

 
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